La foto del corpo di un piccolo bimbo morto naufrago su una spiaggia del Mediterraneo sbattuta in prima pagina sul quotidiano il Manifesto di Giovedì 3 Settembre 2015, con il macabro titolo “Niente Asilo” ha mostrato tutto l’orrore che sta travolgendo, in queste ultime settimane, le frontiere e le coste della fortezza Europa. Noi non desideriamo discutere se il quotidiano il Manifesto abbia fatto eticamente bene o male a pubblicare in prima pagina, con quel titolo, la foto. Queste discussioni ammantate di perbenismo etico le lasciamo ai piccolo borghesi e non ci riguardano minimamente. Quello che vogliamo denunciare, di fronte alle notizie che ci giungono della marea umana che sta scappando da paesi in guerra, è la deriva razzista, xenofoba a cui sta approdando il mondo e la società in cui viviamo. L’attuale sistema imperialista capitalistico dominante ogni giorno ci mostra il suo volto feroce, repressivo e disumano, con tutte le sue sfaccettature politiche esistenti. Per affrontare civilmente questa nuova emergenza planetaria occorrerebbero ben altri governi e ben altri stati. Le folle oceaniche di cittadini che premono ai confini della opulenta Europa sono formate per lo più da profughi e sfollati di guerre e conflitti di cui i diversi stati imperialisti europei sono responsabili, al pari degli USA. Costoro si vanno ad aggiungere al costante flusso migratorio proveniente da paesi poveri dell’Africa e dell’Asia. Noi pensiamo che, per cercare di fermare tutto questo orrore umanitario, occorre che le masse dei poveri di ogni nazione, come ci hanno insegnato Marx ed Engels, tutti i proletari del mondo si uniscano e si organizzino nel Partito Comunista per lottare, per distruggere questo sistema politico dominante che utilizza guerra, sfruttamento, razzismo e repressione per arricchire una classe ogni giorno sempre più ricca e impoverire masse sempre più grandi di cittadini. Noi pensiamo che sia ancora attuale, oggi più che mai, la parola d’ordine lanciata nel XIX secolo da Marx e da Engels: “Proletari di tutti i paesi unitevi!”, con la consapevolezza che solo così si potrà realmente cambiare il mondo e creare i presupposti per un mondo migliore, senza razzismi, esclusivismi e repressione.

Editoriale del quotidiano il manifesto de il 4/09/2015

Il dovere di indignarsi

Niente asilo. La scelta giornalistica di pubblicare una foto. La necessità culturale e politica di un titolo. Anche se fa male.

La prima pagina de il manifesto del 3 settembre 2015 con la foto del bimbo deceduto sulla spiaggia

La redazione del «manifesto» ROMA

È vero, la prima pagina di ieri è stata «un pugno nello sto­maco», per noi e i let­tori. Voleva esserlo. È stata una deci­sione sof­ferta, forse tra le più dif­fi­cili, per­ché ha rotto quella «fron­tiera» morale e deon­to­lo­gica che sug­ge­ri­sce di non pub­bli­care foto di minori, tanto più se riguarda, come in que­sto caso, un bam­bino privo di vita. Ne abbiamo discusso a lungo in reda­zione, senza cer­tezze asso­lute sul che fare.

Ma tra tanti dubbi che ci hanno accom­pa­gnato fino a un attimo prima di andare in tipo­gra­fia, alla fine ha pre­valso l’idea che non bastava più impa­gi­nare fred­da­mente l’ennesima coper­tina sulle tra­ge­die che si con­su­mano nel Mediterraneo.

Che biso­gnava insomma indi­gnarsi ma anche pro­vo­care indi­gna­zione, far discu­tere e inter­ro­garsi sull’inutilità delle nostre coscienze passive.

Abbiamo visto di tutto in que­sti anni, e nulla è cam­biato. Quasi 3 mila morti anne­gati nel 2015, oltre 25 mila in venti anni secondo le orga­niz­za­zioni internazionali.

Nes­sun imma­gine o repor­tage rie­sce più a dare il senso della realtà. Ci si sente ina­de­guati, non all’altezza del dramma.

Ecco quindi la scelta di pub­bli­care la foto del corpo senza vita del pic­colo pro­fugo curdo siriano, anne­gato insieme alla madre e a un fra­tel­lino nel mare davanti alla spiag­gia turca di Bodrum. Solo a guar­darla veniva da piangere.

Che farne? Come ne diamo conto? Non siamo riu­sciti a con­si­de­rarla come una delle tante imma­gini che quo­ti­dia­na­mente vediamo senza pub­bli­care, che met­tono sotto i nostri occhi impo­tenti que­sta eca­tombe senza fine, che grida vendetta.

Pub­bli­carla è stato giu­sto. Il tur­ba­mento dei let­tori è il nostro. La deci­sione, tra molti dubbi, ha fatto discu­tere, nel bene e nel male.

Solo in que­ste ultime set­ti­mane abbiamo pub­bli­cato doz­zine di prime pagine sull’immigrazione e la rea­zione duris­sima nei diversi paesi euro­pei, da Kos a Calais, da Ven­ti­mi­glia a Buda­pest, da Milano a Vienna. Scritto decine di edi­to­riali, rac­colto appelli e rilan­ciato ini­zia­tive, rac­con­tato cen­ti­naia di sto­rie, non tutte tra­gi­che. Spesso in totale soli­tu­dine, almeno a leg­gere la stampa italiana.

Eppure que­sta coper­tina ha «bucato» il muro dell’indifferenza. Acqua, terra, carne e null’altro. Senza altre noti­zie o pub­bli­cità intorno. L’orrore della pura cronaca.

Ciò che ha reso la foto pub­bli­ca­bile, alla fine, è stato il titolo: «Niente asilo». Due parole di mole­sto e gelido orrore che senza mora­li­smo indi­cano un evento e la sua causa, ciò che è e ciò che non sarà. L’assenza di asilo poli­tico e di una gestione ordi­na­ria, non emer­gen­ziale, del diritto alla vita di esseri umani inno­centi, vit­time di guerra e fame, «col­pe­voli» solo di non avere un visto sul passaporto.

«Niente asilo» riguarda noi e i nostri governi. Noi e le nostre scelte.

Ci ricorda che que­ste per­sone sono intorno a noi e ci reste­ranno per anni. Le loro guerre sono le nostre. E per­ciò le loro vite dipen­dono (anche) da noi.

Indi­gnarsi per una pagina di gior­nale è sano. Dolo­roso. La grande mag­gio­ranza dei let­tori, anche i più distratti, ha appro­vato que­sta nostra scelta sofferta.

Ma il dif­fi­cile per noi (voi) ini­zia oggi. Per­ché que­sta sto­ria, pur­troppo, non fini­sce qui.